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Si possono trovare conserve di pesce sostenibili? Come riconoscere davvero quelle certificate

📅 15 Agosto 2026✍️ di Filippo Monzoni⏱️ 6 min di lettura

Negli scaffali dei supermercati le conserve di pesce sembrano tutte uguali. Ma se hai fatto il mestiere che ho fatto io – tra mercati contadini, vasetti autoprodotti e mille etichette lette – ti accorgi che alcune raccontano storie di mare pulito e filiere tracciabili, altre no. Sostenibile, in questo caso, non è uno slogan: è un insieme di regole, controlli e scelte pratiche che si possono verificare in pochi minuti, già davanti allo scaffale.

Cosa guardo per prima cosa

Quando prendo in mano una scatoletta, le mie priorità sono tre: specie, area di cattura e metodo di pesca. Sono i dati che mi dicono se quel pesce proviene da uno stock gestito bene e se è stato pescato con attrezzi meno impattanti.

Per legge, queste informazioni devono comparire in chiaro sulle conserve di pesce vendute nell’Unione Europea: denominazione commerciale, nome scientifico, area FAO e categoria di attrezzo. Lo stabilisce il Regolamento (UE) n. 1379/2013. Se manca qualcuno di questi elementi, io rimetto subito la scatola a posto.

La specie conta: preferisco pelagici piccoli e veloci come sgombro, sardina e alici, che hanno cicli di vita brevi e stock generalmente più resilienti. Sul tonno vado cauto: se è listato o pinna gialla voglio vedere con precisione area e attrezzo; se è tonnetto striato (Katsuwonus pelamis) pescato a canna o con palangaro superficiale, è spesso la scelta migliore tra i tonni in scatola.

Certificazioni: come non farsi confondere

Le certificazioni non sono tutte uguali. Il marchio MSC (Marine Stewardship Council) è il più diffuso per la pesca selvatica e si basa su tre pilastri: stato degli stock, impatto sugli ecosistemi e gestione efficace della pesca. Per l’acquacoltura, invece, esiste l’ASC (Aquaculture Stewardship Council). C’è poi Friend of the Sea, con criteri su stock, selettività degli attrezzi ed energia impiegata. Il bollino “Dolphin Safe” ha senso solo per il tonno: indica che non si sono perseguitati i delfini durante la pesca, ma non copre tutti gli aspetti della sostenibilità.

Il consiglio pratico: cerca il logo, ma non fermarti al disegnino. Accertati che l’etichetta riporti un codice di certificazione o un QR che rimanda alla pagina di tracciabilità. Se il marchio è stampato ma non rintracci il codice online, meglio scegliere altro. Gli audit seri lasciano sempre traccia pubblica.

Nota enciclopedica utile: l’area di cattura è classificata secondo la mappa FAO. Troverai numeri come 37 (Mediterraneo) o 27 (Atlantico Nord-Est). Più l’informazione è granulare (es. 27.8), meglio è: significa che la filiera ha dati in ordine.

L’etichetta che parla: come leggerla in 60 secondi

La parte migliore del mio lavoro è insegnare a leggere l’etichetta come si legge un racconto. Inizio dal nome scientifico: mi protegge dai trucchi delle denominazioni vaghe. Poi scendo all’attrezzo: amo trovare “lenza e amo”, “palangaro”, “reti a circuizione senza FAD” o “cianciolo con selettività documentata”. Diffido delle formule generiche come “reti da pesca” senza specifica.

Controllo quindi l’olio: extravergine dichiarato e percentuale di pesce sul peso sgocciolato. Una buona conserva non nasconde il pesce sotto un mare d’olio o di aromi. Verifico infine il lotto e la tracciabilità: i produttori più attenti propongono QR con barca, data di sbarco e stabilimento. È un segnale di filiera corta e controllata.

Capitolo imballaggi: sempre più marchi usano lattine con rivestimenti “BPA-NI” (non intenzionalmente aggiunto) e carta riciclata per le fascette. Non è la chiave della sostenibilità ittica, ma racconta un’attenzione complessiva all’impatto.

Caso reale dal banco: tre scatolette, tre storie

Mi è capitato di recente in un supermercato di provincia. Un lettore mi ferma: “Filippo, quale prendo tra queste tre?” Tutte e tre tonno.

La prima: “Tonno all’olio di semi”, nessun nome scientifico, area “oceano Pacifico” senza numero, attrezzo non specificato. Nessun codice di certificazione verificabile. L’ho sconsigliata: troppe ombre.

La seconda: “Tonnetto striato (Katsuwonus pelamis)”, area FAO 71, attrezzo “pole & line” (pesca a canna), bollino MSC con codice consultabile sul sito. Olio extravergine, percentuale di pesce 70% sul peso netto. Scelta promossa senza esitazioni.

La terza: “Tonno pinna gialla (Thunnus albacares)”, area FAO 51-57, attrezzo “circuizione con FAD”. C’era il “Dolphin Safe”, ma nessuna certificazione di filiera completa. Ho spiegato che le FAD (dispositivi di aggregazione dei pesci) possono aumentare le catture accessorie e non sempre vengono gestite bene. Possibile, ma non la mia prima scelta.

Lo stesso ragionamento vale per le sardine: in un piccolo negozio ho trovato sardine portoghesi area FAO 27 con cianciolo e tracciabilità fino all’asta di Sesimbra. Niente bollini, ma etichetta impeccabile e produttore disponibile a mostrare i documenti. In questi casi, la trasparenza batte l’assenza di logo.

Produttori artigianali: quando la storia vale più del bollino

Vengo da una famiglia che ha sempre lavorato con pescatori e contadini. Nei mercati mi sono imbattuto in micro-laboratori che puliscono a mano lo sgombro pescato in Adriatico, lo invasano in olio locale e dichiarano barca, porto e data di arrivo. Nessun budget per le grandi certificazioni, ma tracciabilità ineccepibile.

Come verifico? Chiedo lo scontrino di lotto, lo stabilimento (numero CE), la scheda tecnica. Se ti mostrano la griglia HACCP e gli ultimi controlli ASL, sto tranquillo. La sostenibilità non è un’etichetta dorata: è una contabilità di dati.

Checklist tascabile: la scelta in 30 secondi

  • Specie e nome scientifico chiari (meglio pelagici piccoli; per il tonno preferisci tonnetto striato o listato a canna).
  • Area FAO precisa e metodo di pesca specifico (no a “reti” generiche; sì a palangaro, lenza, cianciolo selettivo, circuizione senza FAD).
  • Certificazione con codice verificabile (MSC per pesca, ASC per acquacoltura) o tracciabilità documentata con QR/lotti.
  • Ingredienti essenziali e puliti: olio extravergine o salamoia, niente aromi coprenti inutili. Percentuale di pesce alta sul peso sgocciolato.
  • Produttore reperibile, stabilimento CE visibile, informazioni coerenti su più lati della confezione.

Errori tipici da evitare

Non fidarti della sola parola “artigianale”: senza dati è marketing. Attenzione anche ai claim ambientali vaghi: “pescato responsabilmente” va bene solo se accompagnato da criteri verificabili. E non confondere “Dolphin Safe” con una garanzia di sostenibilità totale.

Altri due tranelli: la denominazione commerciale senza nome scientifico (ti impedisce di capire cosa stai davvero comprando) e le aree troppo vaste (tipo “Oceano Indiano” senza numero FAO). Se il produttore non sa dirti l’attrezzo di pesca, non è un bel segno.

Selezionare per gusto e impatto

La sostenibilità non deve togliere il piacere della tavola. Uno sgombro ben lavorato, cotto a bassa temperatura e messo in un extravergine fruttato leggero, batte un tonno qualunque per sapore e per impronta. Nelle mie prove, le conserve con pochi ingredienti di qualità mantengono meglio la consistenza del pesce e richiedono meno sale.

E un trucco da banco: se puoi, confronta due lotti dello stesso prodotto. Le filiere migliori hanno parametri costanti di colore, pezzatura e resa al peso sgocciolato. Le improvvisazioni si vedono subito.

In sintesi: si trovano, ma vanno cercate

Le conserve di pesce sostenibili esistono e non sono un miraggio. Servono occhi allenati e qualche controllo rapido: specie giuste, area FAO chiara, attrezzi selettivi, certificazioni verificabili o tracciabilità trasparente. Quando ho dubbi, scelgo i pelagici piccoli e i produttori che parlano con i documenti, non solo con gli slogan. Così riempi la dispensa con vasetti che rispettano il mare e stanno bene nel piatto.

Filippo Monzoni

Figlio di ristoratori romagnoli, Filippo ha lavorato per anni nei mercati contadini preparando conserve originali con ingredienti a km 0. Esperto di fermentazioni e antichi metodi di conservazione, ama sperimentare e raccontare le storie dietro ogni vasetto.